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Il sistema geologico

Il patrimonio geologico del Parco delle Gole della Breggia costituisce un atlante stratigrafico straordinario, un unicum nel panorama alpino e internazionale.
Gli strati rocciosi, esposti dal lento lavoro erosivo del fiume, forniscono una mappa dettagliata del passato più remoto, rivelando i ritmi – ora più lenti – dell’evoluzione di questa area geografica.

Un atlante del tempo della Terra

“Il fiume Breggia ha messo allo scoperto una serie di rocce formatesi sul fondo del mare Tetide, durante un periodo che va dal Giurassico al Cretaceo.”

Un incipit sufficiente a evocare mondi lontanissimi, noti alla scienza ma ammantati da un’aura mitologica. I ritmi evolutivi della Terra scandiscono un tempo molto più esteso di quello che l’umanità ha conosciuto e non è affatto semplice immaginare epoche di centinaia di milioni di anni in cui il pianeta ha subito trasformazioni radicali. Per comprendere i processi che hanno modellato le terre emerse e plasmato il territorio per come appare ora è richiesto un faticoso esercizio di astrazione. Il patrimonio geologico del Parco delle Gole della Breggia costituisce, in questo senso, un utile sussidio. Gli strati rocciosi, esposti dal lento lavoro erosivo del fiume, forniscono una mappa dettagliata del passato più remoto, rivelando i ritmi – ora impetuosi, ora più lenti – dell’evoluzione di questa area geografica. Il Parco ospita un atlante stratigrafico straordinario, un unicum nel panorama alpino e internazionale. Le rocce raccontano con evidenza rappresentativa i grandi mutamenti legati ai movimenti delle placche tettoniche, all’orogenesi alpina, alle grandi glaciazioni. Sono inoltre oggetto e testimonianza della storia industriale che, in tempi molto più recenti, ha plasmato in modo nuovo il paesaggio circostante. Il Parco si presenta come un laboratorio geologico aperto a tutti, un luogo in cui osservare e fare esperienza del mistero insondabile, eppure decifrabile, della Terra.

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Stratigrafia

La stratigrafia si occupa di ricostruire la storia degli eventi geologici studiando gli strati sedimentari delle rocce
superficiali, originatisi per effetto della forza di gravità,
che
induce il deposito di tutto quanto precipita dall’alto.
Analizza i processi che hanno generato tali strati sedimentari,
le trasformazioni subite e la fauna fossile.

Si basa su alcuni principi fondamentali, tra i quali il principio di sovrapposizione, per come esposto nel Seicento da Stenone: “In una sequenza di strati, ogni strato è più giovane rispetto a quello su cui poggia ed è più vecchio di quello che gli giace sopra”. E ancora sul principio di orizzontalità originaria per cui “in assenza di movimenti tettonici, i sedimenti si depositano per strati orizzontali”, una legge in realtà non sempre valida, ma molto utile per lo studio degli strati piegati e inclinati, ben visibili nel Parco.

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Tettonica

La tettonica è una branca della geologia che studia la struttura, le proprietà e i movimenti della crosta terrestre. Analizza come le grandi placche della litosfera (la parte rigida più esterna della Terra) interagiscono tra loro e come i loro movimenti siano responsabili della formazione di catene montuose, terremoti, vulcani, fosse oceaniche. La teoria della tettonica delle placche fornisce un quadro unificante per comprendere i processi dinamici, tuttora in corso, che modellano la superficie del pianeta. Spiega il ritrovamento di resti di animali marini in cima alle montagne e l’origine delle stratificazioni non orizzontali.

Scala dei tempi geologici

Le intuizioni di Stenone costituiscono alcuni dei principi concettuali su cui, nei secoli successivi, è stata costruita la scala dei tempi geologici. La scala costituisce un metodo, in continua evoluzione e condiviso da tutta la comunità scientifica, per suddividere il tempo trascorso dall’origine della terra – databile circa 4,6 miliardi di anni fa – a oggi. Al tempo geologico sono attribuite datazioni relative, che determinano la successione dei tempi sulla scala stessa, e assolute, che permettono di datare i periodi.

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Stenone
(1638 - 1686)

Niels Stensen, noto in danese anche come Stensen, in latino come Nicolaus Steno e in italiano come Niccolò o Nicolò Stenone fu un naturalista e anatomista, considerato il padre della geologia e della stratigrafia. Fu uno di quei pensatori, scienziati e inventori immaginifici, autori di scoperte fondamentali e gigantesche. A lui si devono, tra le altre cose, la descrizione dei fossili come animali vissuti nel passato, l’intuizione che mari, fiumi e laghi possano cambiare sede nel tempo e la dimostrazione che il cuore sia un muscolo e non soltanto la sede dell’anima.

Niels Stensen

Il fondo di un oceano primordiale

La storia della Tetide, oceano primordiale che prende il nome, per volere del geologo Eduard Suess (1831-1914), dalla dea greca Teti, è fondamentale per comprendere l’origine delle rocce del Parco e l’aspetto attuale delle terre emerse.

250 milioni di anni fa queste erano ancora raggruppate in un supercontinente, la Pangea – dal greco antico pan (tutta) e gea (terra) – lambita ad est da un grande golfo oceanico composto in realtà da due bacini di età diversa, la Paleotetide e la Neotetide.

La progressiva deriva della crosta terrestre ha separato il continente nord (Laurasia) da quello sud (Gondwana), lasciando spazio alla formazione di una serie di bacini oceanici più o meno profondi ed estesi che complessivamente prendono il nome di Tetide.

230 milioni di anni fa
200 milioni di anni fa
130 milioni di anni fa

Dall’oceano alle montagne

Tra 145 e 120 milioni di anni fa, l’oceano Tetide iniziò a contrarsi a causa dei movimenti della placca africana e delle microplacche associate. Queste iniziarono a convergere verso la placca europea in seguito all’apertura dell’Oceano Atlantico meridionale. Le Alpi nascono nell’ambito di questi complessi processi tettonici, in un periodo di tempo molto lungo che si estende fino al Cenozoico.

In particolare, il movimento della microplacca Adria contribuì alla progressiva chiusura della Tetide Alpina – una porzione dell’antico oceano Tetide conosciuta anche come oceano Ligure-Piemontese – fino alla sua collisione con la placca europea. Tale collisione, che raggiunse la sua massima intensità circa 45 milioni di anni fa, produsse un’intensa compressione e il sollevamento dei sedimenti marini accumulatisi sul fondo oceanico, dando origine a catene montuose come quella alpina.

Finalmente, le Alpi

Le Alpi hanno raggiunto inizialmente quote superiori ai 5000 metri per poi subire processi di erosione e ulteriori modellamenti determinati da significativi fattori climatici e dai processi di glaciazione del Pliocene e Pleistocene (con l’ultima glaciazione risalente a circa 20000 anni fa). Il processo di compressione delle placche può dirsi ancora in corso anche se assorbito maggiormente nella zona appenninica e delle Alpi orientali, aree che presentano ancora un elevato rischio sismico a causa del progressivo spostamento verso est della penisola italiana.

Il Parco delle Gole della Breggia appartiene alle Alpi Meridionali e si trova al di sotto della Linea Insubrica, una lunga geosutura che si estende da est a ovest per centinaia di chilometri. Questa faglia è il risultato dello scontro tra la placca adriatica (a sud) e quella europea (a nord). L’impatto ha sollevato, sul lato nord, rocce profonde che hanno subito intense deformazioni. Al contrario, le rocce della placca adriatica, situate a sud della linea, hanno subito deformazioni minime. Proprio per questo motivo le Gole della Breggia conservano la stratigrafia originaria, rendendo il Parco un sito di grande interesse geologico per lo studio dei processi sedimentari e dell’evoluzione della catena alpina.

Weisshorn (4512 m s.l.m.), Aimé Civiale, 1859

Amabili (e databili) resti

Il patrimonio paleontologico del Parco, strettamente connesso a quello geologico, costituisce uno dei suoi elementi di pregio. La paleontologia è la disciplina che si occupa dello studio dei fossili e dei loro ambienti evolutivi. Un fossile è un resto o una traccia di un organismo conservato negli strati della crosta terrestre e vissuto in un’epoca anteriore a quella attuale. Come nel caso di molte rocce sedimentarie presenti nel Parco, i fossili possono avere un ruolo litogenetico, ovvero diventare un costituente primario della roccia che li contiene. Le rocce di oggi sono quindi, di fatto, i viventi di ieri.

Per il principio di successione faunistica, inoltre, gli strati di roccia sedimentaria contengono resti fossili disposti in un ordine unico e riconoscibile, che permette di correlare strati presenti in località molto distanti. L’evoluzione biologica, di cui i fossili sono silenziosi testimoni, diventa allora un indicatore fondamentale del tempo geologico e contribuisce alla costruzione della sua scala.

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Scherzi della natura

Per secoli, dal Medioevo all’Età barocca, i fossili sono stati considerati oggetti misteriosi, ispirando teorie premoderne tanto bizzarre quanto affascinanti. Venivano descritti, ad esempio, come prodotti dalla vis plastica – un fluido pietrificante generato dalle viscere della terra – oppure come lusus naturae, scherzi della natura inviati da Dio per confondere gli uomini. Altre ipotesi li interpretavano come pietre che imitavano la forma degli animali o come resti di creature decedute durante il Diluvio Universale e trasportate da questo sulle montagne. In realtà, già in epoca antica, pensatori come Senofane ed Erodoto, e successivamente Leonardo da Vinci e Stenone, avevano riconosciuto i fossili come resti di organismi del passato rinvenuti nelle rocce. Tuttavia, gli studi scientifici sistematici su questi reperti iniziarono solo alla fine del Settecento, grazie ai contributi fondamentali di scienziati come Georges Cuvier, biologo francese considerato tra i padri della paleontologia.

Bitume e fossili

La storia paleontologica locale e in particolare quella del vicino Monte San Giorgio – tra i più importanti giacimenti fossiliferi del Triassico Medio al mondo, dal 2003 riconosciuto Patrimonio Mondiale UNESCO – è legata all’attività estrattiva di scisti bituminosi presenti in questa area. Queste rocce sedimentarie, ricche di composti organici, venivano sfruttate nei primi decenni del Novecento per la produzione del “Saurolo”, una pomata antisettica impiegata in campo medico. Fu proprio durante una visita allo stabilimento della “Società Anonima Miniere Scisti Bituminosi di Meride e Besano” che lo zoologo Bernhard Peyer, osservando un blocco non ancora lavorato, notò un arto fossile di ittiosauro in eccellente stato di conservazione. Fu la scoperta che diede avvio, tra il 1924 e il 1938, a una lunga e fruttuosa stagione di scavi sul lato svizzero, capace di restituire numerosi e importanti fossili di invertebrati, pesci e rettili. A questa hanno fatto seguito numerose altre campagne. La ricerca, a più di 100 anni di distanza, è ancora in corso e conferma l’eccezionale valore scientifico del sito.

Scavi al Monte San Giorgio nel 1931. ©FMSG

Ammoniti della Breggia

La maggior parte delle formazioni geologiche presenti nel Parco è ricca di fossili, grandi o minuscoli. Negli strati superiori del Calcare di Moltrasio, la roccia più antica presente nel Parco,così come nella Maiolica e nel Rosso ad Aptici, sono presenti numerosi fossili di ammoniti. Si tratta di molluschi cefalopodi (simili a nautili, polpi, calamari e seppie) che, a partire da 400 milioni di anni fa, sono stati presenti sul pianeta per più di 300 milioni di anni, per poi estinguersi alla fine del Cretacico, contemporaneamente ai dinosauri, senza lasciare discendenti noti. Ne sono state rinvenute in tutto il mondo più di 7500 specie differenti, alcune scoperte proprio nell’area della Breggia come la Karsteniceras balernaense. Si tratta di animali marini affascinanti, caratterizzati da una conchiglia a spirale suddivisa internamente in diverse camere. Solo quella centrale era occupata dal mollusco, mentre le altre, componenti il fragmocono, erano funzionali al galleggiamento.

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Una spirale (quasi) perfetta

L’iconica conchiglia dell’ammonite è spesso stata osservata e descritta come un esempio di spirale aurea, un tipo specifico di spirale logaritmica caratterizzata da una curva che si avvolge su se stessa con un angolo costante e in modo progressivamente proporzionale. La spirale aurea si basa sul numero irrazionale noto come sezione aurea, corrispondente a circa 1,61 e indicato con la lettera greca Φ (phi). Questo rapporto matematico è divenuto nei secoli un canone di bellezza, rintracciabile in opere architettoniche, musicali, pittoriche. L’aspetto indubbiamente affascinante delle ammoniti ha catturato l’attenzione di pensatori e artisti portati a idealizzare le forme della natura e a ricercare al loro interno una volontà di perfezione estetica o l’esatta rispondenza a modelli matematici. In realtà, la pur suggestiva e armoniosa simmetria delle ammoniti segue spirali logaritmiche che si avvicinano, ma non rispondono in modo puntuale, alle rigide leggi dell’aurea proporzione.

Spirale aurea approssimata, in un nautilo

Fossili e microfossili

Oltre alle ammoniti, le rocce della Breggia conservano anche altri fossili di molluschi quali i gasteropodi, famiglia che comprende lumache, chiocciole e animali marini, e i lamellibranchi, la classe di molluschi delle vongole e dei mitili. Le formazioni del Cretacico contengono resti di filliti (fossili vegetali), squame di pesci, tracce di vermi e granchi le cui impronte sono conservate anche nella Maiolica. I microfossili, infine, fossili di organismi animali o vegetali della dimensione massima di pochi millimetri, costituiscono un elemento fondamentale nella litogenesi della Scaglia, del Flysch Lombardo e delle radiolariti, capaci di contenerne centinaia di specie differenti.

Scheletri minerali di radiolari

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