VADEMECUM

Digitale

Il sistema antropico

Il Parco delle Gole della Breggia custodisce vie storiche, antichi mulini e opifici, preziosi edifici di interesse storico-culturale e imponenti fabbricati industriali, testimonianza delle diverse fasi di antropizzazione di questo territorio negli ultimi duemila anni.

Elementi antropici nel Parco

Sebbene l’ambiente naturale e il patrimonio geologico del Parco costituiscano le ragioni programmatiche della sua istituzione a zona protetta, la presenza di elementi antropici, ovvero legati alle attività dell’essere umano, introduce un livello di interesse e di lettura altrettanto ricco e sfaccettato. Le Gole della Breggia hanno avuto una duplice importante funzione, nel tempo, rappresentando sia un confine da fortificare, sia una risorsa da utilizzare.

Il Parco custodisce vie storiche, antichi opifici, preziosi edifici di interesse storico-culturale e imponenti fabbricati industriali, testimonianza delle diverse fasi di antropizzazione di questo territorio negli ultimi duemila anni. Tra questi manufatti, il complesso dell’ex-cementificio Saceba, oggetto di un dibattuto quanto ambizioso progetto di recupero e rifunzionalizzazione terminato nel 2012, è diventato un importante landmark territoriale e un simbolo vivo della capacità delle cose di trasformarsi e mutare di significato, se raccontate in modo nuovo e consapevole.

Anche il seicentesco Mulino del Ghitello, sede del Parco, vede rinnovata la sua funzione di luogo di produzione e trasformazione della materia: diventato, negli anni Ottanta, cuore pulsante dell’attivismo che ha condotto alla nascita del Parco, ne è ora la principale porta di accesso, nonché spazio multifunzionale, sede degli uffici, punto informativo e centro didattico.

Dal punto di vista storico-artistico, la Chiesa Rossa, edificata nel 1343, conserva uno dei più ricchi cicli di affreschi gotici del Ticino e una storia tormentata, ammantata da un’aura leggendaria. Nei pressi della Chiesa, le rovine di una rocca medievale sono oggetto di indagini che consentiranno al Parco di acquisire nuove informazioni sul patrimonio archeologico.

Terre, acque, mulini

Il corso del fiume Breggia è stato per secoli il motore di un sistema che sfruttava la forza dell’acqua per alimentare diverse attività produttive, la cui presenza è documentata a partire dal XIII secolo. Nell’ambito di una ricerca commissionata nel 1985 dall’Ufficio dei musei etnografici, sono stati censiti, sul corso svizzero della Breggia, 14 impianti, dotati di 37 ruote motrici. Sette di questi mulini si trovavano su quello che è oggi il territorio del Parco.

Si tratta di mulini e opifici destinati alla macinazione di cereali, granturco, cacao e castagne, frantoi per l’olio di noci, cementifici, segherie e strutture per la lavorazione di tabacco e carta. Questi manufatti, che rispondevano alle esigenze della vocazione agricola e protoindustriale del territorio, si servivano di un ingegnoso sistema idraulico di canali, rogge e chiuse, che permetteva di domare il carattere bizzoso del torrente e che ha modellato il paesaggio della valle, lasciando tracce indelebili. Altre testimonianze del passato agricolo del territorio sono terrazzamenti, muri a secco e cantine.

fondamenta

Mulino

Il termine mulino, o molino, definisce una macchina che utilizza una forza – prodotta dall’acqua, dal vento, dall’energia elettrica o dalla spinta umana o animale – per compiere un’operazione di macinazione, ovvero per spezzettare corpi solidi riducendoli in particelle di piccole o piccolissime dimensioni. Per estensione, il termine identifica anche il complesso edilizio che ospita il macchinario.
I mulini hanno avuto un ruolo fondamentale nell’economia agricola e proto-industriale ed erano utilizzati per la produzione di farina, la spremitura di oli, la frantumazione di minerali e  la lavorazione della carta e del tabacco.

1- Mulino da Canaa
2- Mulino Giovanni e Maria Bernasconi
3- Mulino Rabuffetti
4- Mulino Attilio Bernasconi
5- Fabbrica Concorso Vella & co.
6- Cementificio Zariati – Belloni
7- Mulino Antonio Canova (Ghitello)

Il mulino del Ghitello

Degli opifici costruiti accanto alle Gole, il Mulino del Ghitello è stato nel 1989 oggetto di un’importante opera di restauro ed è oggi visitabile e utilizzabile nelle sue funzioni di centro di accoglienza del Parco, aula didattica e sede degli uffici. Costruito nel 1606, probabilmente su un impianto più antico, riuniva una casa rurale, un mulino per cereali e castagne, un frantoio per noci e semi oleosi, cui è stata aggiunta successivamente una sega circolare.

Oggi, una delle sue tre macine può essere attivata per dimostrazioni pratiche.

La corte del Mulino del Ghitello, oggi (architetto: Enrico Sassi)

Un giorno da mugnaio

Giovanni Canova è stato l’ultimo mugnaio del Mulino del Ghitello. I ricordi del figlio Peppino descrivono un mondo antico.

Giovanni, il papà, si alzava alle 2.30 del mattino, riattizzava la stufa, avviava la macina, beveva un caffè “pescato” dal pentolino e lavorava fino alle 6.30. Poi toglieva il cavallo dalla stalla, lo rifocillava, se era inverno gli metteva i chiodi sotto gli zoccoli per non farlo scivolare sul ghiaccio – e partiva per il suo giro. Andava dai contadini a prendere grano e frumento da macinare. Di clienti ne aveva tanti; sul mezzogiorno, rincasava. Dopo il pranzo faceva un pisolino, d’estate sdraiato nel carro, sotto il porticato, dove era più fresco; d’inverno nella nicchia del camino per goderne il tepore. Nel corso del pomeriggio avviava ancora la macina, poi, se la moglie o i figli potevano badare al lavoro, andava in campagna: anche lì c’era da fare. Alla sera, verso le 6, cenava e al più tardi alle 7.30 si coricava.

Giovanni Canova,
l'ultimo mugnaio del Ghitello

Scomparsa di un ponte in ferro

Il Parco delle Gole della Breggia custodisce un sistema di sentieri e vie storiche, in parte registrate nell’Inventario delle vie di comunicazione storiche della Svizzera. Nel corso dei secoli, la necessità di superare l’ostacolo naturale rappresentato dalla Breggia ha portato alla costruzione di diversi ponti, fondamentali per unire i centri abitati e le aree produttive lambite dal fiume. Il più antico ancora esistente è il Punt dal Farügin, menzionato già nei documenti del 1400. Il Ponte del Ghitello, demolito negli anni Sessanta per lasciare spazio a una struttura in cemento, univa Balerna e Morbio Inferiore. Il Punt da Canaa, in pietra, è stato ampliato e restaurato negli anni Novanta.

Una simile sorte è toccata all’opera ingegneristica più ambiziosa, il cosiddetto Punt da ferr, il ponte in ferro costruito nel 1912 per collegare i centri abitati di Castel San Pietro e Morbio Superiore. Con i suoi 111 metri di lunghezza e un’impressionante altezza di 79 metri sopra il fiume, fu realizzato senza ponteggi con la tecnica Cantilever, la stessa impiegata per il Firth of Forth di Edimburgo.

Ritenuto non sicuro per il traffico pesante, fu demolito nel 1997 e sostituito da un ponte in cemento. La sua scomparsa ha privato il Parco di un significativo esempio di archeologia industriale.

Il Punt da ferr

SACEBA Società Anonima CEmenti BAlerna

Nel 1961, il boom edilizio e le nuove esigenze economico-sociali del cantone, unitamente alla scoperta della presenza di strati di Maiolica Lombarda, portarono alla costruzione di un grande cementificio nel territorio che oggi costituisce il Parco e che, fino ad allora, si configurava come una zona capace di preservare i resti di una cultura agricola e protoindustriale. Pur ospitando già due piccoli impianti per la produzione del cemento, che sfruttavano le materie prime e la forza del fiume, l’area non era stata toccata dalla prima ondata di industrializzazione.

Innestato in questo contesto rurale, il cementificio della Saceba, l’unico cementificio del cantone, rimase operativo a pieno regime fino al 1980, per poi diminuire la sua attività, fino alla chiusura, nel 2003.

SACEBA, opuscolo informativo

Intanto il buco è fatto

Se inizialmente il mito del progresso aveva attenuato la percezione dei rischi e delle implicazioni connesse all’industria pesante, la sensibilità era nel tempo mutata. In particolare, a partire dagli anni Settanta, divennero sempre più evidenti le conseguenze, sia a breve che a lungo termine, dell’attività estrattiva, determinando un cambiamento nella percezione dell’impatto ambientale e sociale di questa infrastruttura.
I cittadini di Castel San Pietro si rivolsero ripetutamente agli organi competenti per denunciare i pericoli e le conseguenze
dell’attività estrattiva nelle cave del Monte Generoso.

Prima, gli scavi a cielo aperto, che avvolgevano Balerna in un’incessante coltre di polveri bianche, poi il passaggio agli scavi in galleria, con continue esplosioni e vibrazioni. Le proteste si moltiplicarono: petizioni, gruppi di opposizione e appelli tentarono di fermare un’attività che, dopo aver stravolto il paesaggio in modo irreversibile, metteva a rischio non solo la salute e la sicurezza della popolazione, ma anche la stabilità degli edifici. Tra questi, la trecentesca Chiesa Rossa.

Sembrava poi ad alcuni evidente che, date le caratteristiche del sito, la cava e il cementificio non avrebbero avuto una lunga prospettiva operativa. Scartata anche la possibilità di aprire una cava a cielo aperto all’Alpe di Mendrisio, sul Generoso – un progetto osteggiato dalle associazioni ambientaliste – nel 1981 la cava chiuse definitivamente, restituendo un po’ di quiete alla popolazione e segnando l’inizio della fine anche per il cementificio. “Intanto il buco è fatto”, recita il titolo di un periodico dell’epoca.

Un bene comune

Alla fine degli anni Ottanta, quando fu fondato il Parco, il cementificio era ormai percepito come una presenza ingombrante, simbolo di una trasformazione paesaggistica impattante, quasi mostruosa. L’impianto, che incontrava sempre più difficoltà nel sostenere il proprio fabbisogno produttivo, fu rilevato nel 2000 dalla multinazionale del cemento Holcim, che decise per la sua chiusura definitiva nel 2003.

La comunità si trovava allora di fronte a una scelta: conservare il lascito architettonico di questo cambiamento così significativo oppure eliminarne ogni traccia, lasciando a imperitura memoria soltanto la grande cicatrice sulla collina di Castel San Pietro.

Un ambizioso e moderno progetto di recupero, accolto non senza controversie, ma condotto a termine con sensibilità e consapevolezza, restituisce oggi al Parco l’imponente oggetto di una nuova archeologia, una rovina autentica di un capitolo recente della sua storia.

Il complesso è stato bonificato, è stata demolita la maggior parte degli edifici e sono stati effettuati significativi interventi strutturali. La ex-Saceba, inaugurata nella sua nuova funzione nel 2012, ospita oggi il Percorso del Cemento, un itinerario didattico che comprende la visita alla Torre dei Forni e alle gallerie sotterranee. I suoi spazi sono utilizzati per eventi, incontri, concerti, spettacoli.

fondamenta

Cemento

La costruzione di un grande cementificio nell’area delle Gole della Breggia trova una giustificazione nella ricchezza di materie prime presenti sul territorio. In particolare, a risultare attrattiva era la compresenza degli strati geologici di Maiolica Lombarda e di Scaglia, e dunque di calcare e marne argillose, gli ingredienti fondamentali di questa preparazione. Cuocendo ad alta temperatura questi due elementi si ottiene il clinker, materiale che, macinato finemente e addizionato con gesso,
dà origine al cemento.

Cosa resta del castello

Le rovine presenti sulla collina di Castel San Pietro e il toponimo del comune stesso ricordano la presenza di un sito di primaria importanza per la storia lombarda dei secoli
XII-XV. Un castello, che compare nei documenti per la prima volta nel 1171, era al centro di una grande area fortificata, il castrum Sancti Petri, con funzione sia militare-difensiva, sia abitativa.

L’area era in realtà frequentata già nei secoli precedenti, come testimoniano sepolture e reperti qui rinvenuti, alcuni dei quali risalenti all’epoca romana. La data di costruzione del castello resta incerta, ma viene fatta risalire ai primi decenni del XII secolo. Era parte di un sistema di castelli posti a presidio delle Gole, che includeva anche quelli di Balerna, Morbio Inferiore, Morbio Superiore, Pontegana. Poco si conosce anche della struttura del nucleo fortificato; l’estensione della collina fa supporre che i baluardi e le mura, nel corso degli anni parzialmente rinvenuti grazie a scavi archeologici, custodissero un complesso sistema di abitazioni ed edifici rurali.

Fino al 1282 il castello fu proprietà dei vescovi di Como. Successivamente, fino al XV secolo, in virtù della sua importanza strategica, che consentiva un controllo delle principali vie circostanti, fu contesto tra le più importanti potenze lombarde. Compare nei documenti fino al 1468. Nessuno sa quando fu abbandonato o distrutto.

Un Natale rosso chiesa

Nel 1282 un’antica casata della nobilità comasca, la famiglia Rusca, depredò il castrum. Nei decenni successivi, la proprietà oscillò ripetutamente tra il controllo ecclesiastico e quello nobiliare. Fu il vescovo di Como, Bonifacio da Modena, a promuovere, nel 1343, la costruzione della Chiesa di San Pietro, oggi conosciuta come Chiesa Rossa.

Proprio qui, i Rusca furono protagonisti di un episodio tragico e avvolto da un’aura leggendaria. Nella notte di Natale del 1390, mentre la famiglia assisteva alla messa nell’oratorio di San Pietro, oltre cento persone furono brutalmente assassinate da alcuni membri della famiglia Busioni di Mendrisio, una casata di schieramento guelfo. Il movente di tale eccidio affonda le radici in una faida familiare che ricorda la celebre rivalità tra Montecchi e Capuleti, scatenata dall’amore proibito tra due giovani appartenenti alle fazioni in conflitto.

La Chiesa di San Pietro è conosciuta come Chiesa Rossa in virtù del colore della sua facciata, deciso alla fine del Cinquecento, in piena Controriforma, perché risultasse più visibile ai fedeli. La tradizione popolare ama però intrecciare questo toponimo ai fatti della notte di Natale del 1390 e vede nella scelta cromatica un richiamo al sangue che fu versato quella sera.

Dettagli del ciclo di affreschi nella Chiesa Rossa, XIV secolo.
fondamenta

Guelfi e ghibellini, in Ticino

I guelfi e i ghibellini furono due fazioni contrapposte
dell’Italia medievale, tra i secoli XII e XIV. I guelfi sostenevano il Papa e il potere dei Comuni, mentre i ghibellini appoggiavano l’Imperatore del Sacro Romano Impero. La loro rivalità influenzò la politica delle città italiane, spesso sfociando in lotte sanguinose. Nel tempo, le divisioni assunsero anche connotati locali e dinastici.

Il concorso Cartoline dal Parco; invita studenti delle scuole, creativi e appassionati a diventare autrici e autori delle nuove cartoline del Parco!

Scopri di più